Vietato invecchiare

Oggi conversavo con un’amica a proposito della stenosi aortica di suo padre, ultranovantenne. Il restringimento (stenosi) della valvola aortica, che sta tra il ventricolo sinistro e il grande vaso da cui si diramano le arterie che portano sangue a tutto il corpo, è comune nell’età avanzata, e può causare riduzione dell’autonomia di movimento, mancanza di fiato, perdita di coscienza (con il rischio di traumi da caduta), angina (dolori di petto di natura ischemica, per riduzione del flusso nelle arterie che riforniscono di sangue il muscolo cardiaco, che originano immediatamente sopra la valvola aortica), e morte improvvisa. Una stenosi severa è una barriera fisica fissa, quindi è poco controllabile con i farmaci. Si può sostituire la valvola con un intervento chirurgico e, da qualche anno, con una procedura transcatetere. Quest’ultima (in sigla TAVI, dall’inglese Transcatheter Aortic Valve Implantation), a grandi linee analoga a quella con la quale si impiantano gli stent nelle coronarie ristrette, è indicata nei grandi anziani (sopra gli 85 anni) e nelle persone con un rischio chirurgico elevato. Altri potrebbero illustrare i diversi trattamenti della stenosi aortica meglio di me. Io voglio invece riflettere su come è cambiato il concetto dell’invecchiare negli ultimi decenni.

 

Quand’ero un giovane medico, tra colleghi si diceva che erano anziani i pazienti che avevano 10 anni o più del primario. A causa dell’aumentata aspettativa di vita e dei mutamenti sociali - e forse anche un po’ per merito del mio ex primario, che è invecchiato molto bene - la definizione delle età è cambiata: oggi si è bambini fino a 11 anni, adolescenti dai 12 ai 20, giovani dai 21 ai 25 (proprio vero che la giovinezza fugge...), giovani adulti fino a 35 anni, quando si diventa - finalmente, pienamente - adulti. Dai 55 anni ci tocca la definizione di tardo-adulti (che personalmente trovo pessima specie declinata al femminile), e a 65 diventiamo anziani - ma non troppo: per consolarci dell’acquisita anzianità, o per risarcirci della brevità della passata giovinezza, saremo giovani anziani fino ai 75, quindi anziani fino agli 85 anni, e, da lì in poi grandi anziani. Le parole hanno una valenza simbolica, e il significato di un simbolo è in parte universale e in parte soggettivo, quindi non vado oltre.

 

Da medico, voglio portare la vostra attenzione sul fatto che sempre più di rado, di fronte a un paziente, l’età rappresenta un problema. Sempre più spesso, invece, ci domandiamo quanto una certa malattia (ad es. cardiaca) pesi nel quadro complessivo della persona. Se risolviamo, ad esempio, la stenosi aortica, quella persona avrà meno disturbi? Sarà più autonoma, più sicura di sé, più soddisfatta della sua qualità di vita? Se soffre di Alzheimer, o non è in grado di camminare per qualunque altra causa invalidante, il vantaggio della procedura cardiaca sarà modesto, e il trattamento potrebbe essere giudicato futile. Se così non è, si passa a domandarsi se e quali rischi specifici comporti una certa terapia in base alle caratteristiche della persona. Giova ricordare che, anche nei soggetti all’apparenza in ottime condizioni, l’equilibrio dell’anziano e del grande anziano può essere facilmente compromesso da qualunque complicanza: un enfisema abitualmente tollerato può rendere impegnativa un’infezione respiratoria, un’insufficienza renale latente può precipitare in caso di perdita di liquidi, pressione troppo bassa, o impiego di prodotti nefrotossici (es. alcuni antibiotici, il mezzo di contrasto usato in radiologia...). Si è passati dunque dal concetto semplice e assoluto di “anzianità”, basato sull’anagrafe, al concetto più complesso, soggettivo e polimorfico di “fragilità”. Fragilità: una parola delicata, che invita alla gentilezza, al rispetto, all’attenzione: e certo di attenzione ne richiede, se pensate che sono stati elaborati più di 70 criteri per definirla e quantificarla... Ma poiché, si sa, il tempo a disposizione per ciascun paziente è poco, i medici si sono inventati test rapidi per verificare insieme la forza muscolare, la prontezza di comprensione e il coordinamento motorio. Perciò non stupitevi se il dottore, guardando l’orologio, chiederà all’anziano parente che avete accompagnato alla visita di alzarsi dal letto e camminare rapidamente verso la porta: non lo sta congedando in fretta, non si è dimenticato che ancora si deve rivestire - sta cercando di misurare la sua fragilità.

 

Post scriptum: cosa fare per non diventare fragili, ovvero per mantenere la nostra forza (o resistenza, o se preferite resilienza... )? Anche se non sappiamo quale sia l’opposto di fragilità, visto che la stessa definizione di fragilità è sfumata, sappiamo cosa fare: muoverci!

29/11/2017