RIFLESSIONI: Troppa medicina? di Maria Frigerio

Partiamo da un libro, “Troppa medicina. Un uso eccessivo può nuocere alla salute”, di Marco Bobbio.

 

Primario emerito della Cardiologia dell’Ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, Bobbio è autore di numerose pubblicazioni scientifiche, oltre che di altri libri divulgativi sul tema dei principi che governano (o dovrebbero governare) l’esercizio della medicina e la ricerca clinica, ed è tra i fondatori del movimento Slow
Medicine. L’aggettivo Slow e Cuneo richiamano il movimento Slow Food, con il quale c’è qualche affinità di principio.


Tuttavia Slow Medicine, che persegue l’obiettivo di una medicina “sobria, rispettosa e giusta”, ha parenti anche negli Stati Uniti: tra le sue iniziative vi è infatti il progetto “Fare di più non significa fare meglio”, simile all’americano Choosing Wisely che, nato nel 2013 per iniziativa dell’associazione di internisti ABIM (American Board of Internal Medicine), intende valutare l’utilità delle procedure diagnostiche o terapeutiche attraverso il dialogo tra associazioni di medici e di consumatori, ovvero cittadini e pazienti (Consumer Reports).


Nel suo libro, attraverso le storie di persone che si sono rivolte al medico a scopo preventivo o per chiarire la natura di qualche disturbo, Bobbio ci porta a riflettere in primo luogo sull’uso e l’abuso degli accertamenti diagnostici, e poi sulle motivazioni che inducono il medico e/o il paziente a scegliere tra diverse alternative terapeutiche, rispetto alle quali talvolta può essere preferibile una vigile attesa, oppure qualche cambiamento dello stile di vita. Nuovi esempi e aggiornamenti si trovano sul sito www.troppamedicina.it.

 

Per dirla con l’autore, il messaggio centrale del libro è che “si riuscirà a vivere in modo più sereno ridimensionando le aspettative di una medicina onnipotente, diffidando di chi propone trattamenti che risolvono tutto e non hanno controindicazioni, imparando che un certo grado di incertezza fa parte della natura umana e non verrà completamente dissipata da test, esami e cure, e infine pensando che fare
di più non significa fare meglio”. Le storie sono narrate con un linguaggio adatto alla divulgazione, mentre alcune considerazioni sulla statistica applicata alla medicina e sulla metodologia della ricerca possono risultare di difficile comprensione per qualche lettore “non addetto ai lavori”.


Il libro stimola a riflettere su cosa intendiamo per “salute”, quali aspettative possiamo ragionevolmente coltivare in merito al nostro stato, quali ausili medici (diagnostici o terapeutici) conviene o meno impiegare per preservare o migliorare il nostro benessere… A partire da condizioni cliniche simili, le risposte non saranno uguali per tutti: secondo Bobbio, la relazione tra medico e paziente dovrebbe far emergere con il massimo di chiarezza e serenità possibili gli aspetti generali e individuali che porteranno a fare scelte
consapevoli e appropriate.


La declinazione del concetto di appropriatezza in un’ottica di proporzionalità e di probabilità di efficacia in rapporto agli obiettivi definiti con il paziente, quindi di utilità per la singola persona, è un aspetto piuttosto innovativo del libro, dal momento che all’appropriatezza siamo stati abituati ad associare in primo luogo obiettivi generali di risparmio. Ma, soprattutto, il libro è un invito a coltivare il dubbio e a esercitare la critica.

 

  • Davvero lo studio del codice genetico è, o sarà a breve, la chiave della medicina del futuro?
  • Essere classificati in un gruppo “a rischio” sulla base di statistiche di popolazione implica che, modificando lo stile di vita o attuando strategie mirate di sorveglianza e di cura, si ridurrà la probabilità di andare incontro a un danno conseguente a quel rischio, o si ritarderà l’occorrenza
    del danno? E il vantaggio, se esiste, compenserà l’ansia della sensazione di minaccia incombente, della paura dell’evento?
  • La diagnosi precoce di una certa condizione porta sempre un vantaggio nell’aspettativa di vita complessiva della persona, o aumenta soltanto la proporzione di vita durante la quale la persona sarà consapevole di essere affetta da quella condizione?
  • Per i numeri che descrivono la nostra salute, ad esempio la pressione arteriosa, la glicemia, il colesterolo…, ha senso definire soglie di valori che separano il normale dal malato?
  • Se è vero che quando una coronaria si chiude determina l’infarto, perché non è altrettanto vero che mettere uno stent per tenere aperta una coronaria ristretta impedirà l’occorrenza dell’infarto?

Questi sono alcuni dei dubbi sui quali il libro di Bobbio punta l’attenzione.


La rappresentazione dell’incertezza e la consapevolezza del limite della propria conoscenza, fin dai tempi del socratico “so di non sapere”, sono fondamentali per stimolare la ricerca che porta a nuovi progressi anche in medicina. Mi chiedo però se in un paese dove sono abbastanza diffusi il pregiudizio antiscientifico, la diffidenza nei confronti delle istituzioni e la preoccupazione per le restrizioni economiche che potrebbero
colpire il sistema sanitario, sia questo – il dubbio, la critica – il messaggio o l’insegnamento principale che si
vuole trasmettere al pubblico.


L’autore è sufficientemente distaccato da vincoli con il servizio sanitario e ha maturato sufficiente autorevolezza in campo professionale e pubblicistico da poterselo permettere. Ma tutti quelli di noi che proiettano il proprio essere medico nell’arco dei prossimi dieci anni o più devono impegnarsi per identificare e trasmettere anche una o più certezze, uno o più messaggi positivi, abbastanza realistici da poter
incuriosire, affascinare ed essere creduti.

 

05/05/2017