In salute e in malattia: le dispari opportunità

Nell’anno in cui scopriamo il calcio femminile, e due donne arrivano al comando di importanti istituzioni Europee, la nostra stampa disquisisce sulla biancheria intima di una capitana di nave e sul colore dell’abito di una neoministra, il giorno del giuramento.


Apprendiamo anche che i cosiddetti femminicidi non diminuiscono, che i centri antiviolenza sono sottodimensionati e sottofinanziati, e che l’efficacia delle nuove norme finalizzate a proteggere le vittime di stalking rischia di essere azzerata dalla massa di casi meritevoli di attenzione urgente.


Tra una notizia e l’altra, pubblicità: uno spot ci presenta una donna di mezza età che imbraccia un noto fiocco lavapavimenti mentre quel bamboccione di suo figlio (maschio) approva, muovendo la testa a ritmo di rock.

In un altro, invece, un uomo di mezza età (tra l’altro, uno stimato cardiochirurgo e un amico) si assenta, ma solo per poco, dalla cerimonia di nozze del figlio per operare “in remoto” grazie alle tecnologie di telefonia mobile.
In un terzo, la bambina sogna una cameretta in bianco e rosa (“la casa delle bambole!”) mentre il bambino vorrebbe vivere in un’astronave (“la casa nello spazio”).


A detta di tutti, o quasi, la bassa natalità è uno dei maggiori problemi del nostro paese. Pochi sottolineano che la bassa natalità si correla a una bassa percentuale di donne che lavorano (50% delle donne tra i 15 e i 64 anni, in Europa di 13 punti inferiore alla media, e superiore solo a quella della Grecia).


Se poi lavorano, a parità di mansioni la retribuzione delle donne è inferiore a quella degli uomini (intorno al 10% la stima in Italia nell’anno corrente), e la quota di donne in posizioni direttive rimane molto minoritaria.

 

 


E in ambito medico?

In Italia più del 50% degli iscritti all’ordine dei medici di età compresa tra 45 e 65 anni sono donne, ma nei nostri ospedali i direttori di struttura complessa (così si chiamano oggi i primari) sono per l’85% uomini.


Di più, si dà per scontato che gli impegni familiari possano ostacolare la carriera delle donne medico, ma raramente si prende in considerazione il fenomeno speculare, cioè che la vita affettiva delle donne possa essere penalizzata dalla professione: sempre in Italia, si dichiarano single e sono senza figli meno del 20% dei dottori, ma ben il 30% tra le dottoresse.


Spiace dover dire che non va molto meglio quando donne e uomini si confrontano in quanto pazienti.


Diversi studi, anche recenti, mostrano una attenzione minore alle donne rispetto agli uomini che si presentano in pronto soccorso o da uno specialista, in particolare se denunciano dolore o cardiopalmo. É più probabile che si pensi che i disturbi siano in realtà meno gravi di quanto denunciato, o che siano di natura psicosomatica anziché organica, se chi li dichiara è una donna.


La storia di precedenti di natura psicologica o psichiatrica porta i medici a sottostimare i sintomi più spesso nelle donne che non negli uomini. Tutto ciò comporta, concretamente, ritardi diagnostici e/o discrepanze nell’applicazione di trattamenti avanzati -a sfavore delle donne, ovviamente - ad esempio nell’ambito delle aritmie, delle malattie reumatiche e addirittura della traumatologia. Con gli anni, mi viene da pensare che per noi donne non sia più tempo di essere tanto orgogliose, di voler conquistare spazio, ottenere riconoscimenti, (solo) se e quando siamo più brave.

 

Se le pari opportunità sono ancora lontane anni-luce, forse è ora di dire sì alle quote rosa - anche se di principio preferiamo (preferivamo, avremmo preferito) la meritocrazia.

 

03/12/2019