Accidenti e Incidenti

Dopo il caffè, tocca all’automobile. La scaletta degli argomenti più frequentemente oggetto di domande da parte dei pazienti ricoverati al De Gasperis prosegue con un altro dei “piaceri” dell’italiano medio: dopo la dimissione, quando potrò ricominciare a guidare l’automobile?

Tralasciando la condizione di chi li utilizza per lavoro (materia, questa, oggetto di complesse valutazioni medico-legali), colpisce l'assenza di specifiche disposizioni di legge concernenti il rapporto tra conduzione di veicoli a motore e malattie cardiache nel cosiddetto “guidatore ordinario”.
È ovvio, infatti, che qualsiasi patologia in grado di esporre un individuo al rischio di un improvviso “black-out” delle funzioni cerebrali costituisce di per se un pericolo per la sicurezza stradale. In assoluto, tra le patologie spontanee (cioè non legate all’abuso di alcol o di sostanze chimiche) le crisi epilettiche rappresentano il più temibile nemico del guidatore; anche le malattie cardiache rientrano, tuttavia, nel novero delle condizioni potenzialmente pericolose: se non tout-court, almeno in alcune fasi della loro storia naturale, durante le quali la probabilità di complicazioni
improvvise è maggiore.
Non è possibile stimare con certezza la percentuale di incidenti stradali imputabili ad un evento cardiaco acuto ma, essendo elevata la prevalenza di malattie cardiovascolari nella popolazione adulta e cospicuo il tempo trascorso al volante dal “guidatore ordinario” (circa 250 ore, mediamente, in 1 anno), appare chiara la dimensione del problema.
Una aritmia è più spesso il determinante ultimo del “black-out” e la sua origine è solitamente ischemica. Altre, meno frequenti, possibili cause di natura cardiovascolare includono la presenza di un aneurisma aortico e gli accidenti cardio-cerebro-vascolari (per esempio, l’ictus).
Esiste una ormai ampia letteratura scientifica dedicata a questo tema ed anche la Società Europea di Cardiologia (così come altre nel mondo) ha stilato un documento che riassume lo stato attuale delle conoscenze in merito alla conduzione di veicoli a motore da parte di individui cardiopatici.
Una considerazione di fondo è che un certo numero (sia pur piccolo) di eventi cardiaci al volante si verifica in persone fino a quel momento asintomatiche e prive di una "storia cardiologica”: da ciò deriva che non è possibile prevenire la totalità degli incidenti stradali “cardio-indotti”.
In generale, sappiamo che esistono potenti predittori del rischio di andare incontro ad uno di tali eventi: l'insufficienza cardiaca ed una ridotta attività contrattile del cuore (FE inferiore al 40%), precedenti episodi di aritmie minacciose, una malattia coronarica in fase di instabilità, la scarsa capacità di esercizio da un test da sforzo (completare 9 minuti di esercizio al tappeto rotante senza che compaiano sintomi, aritmie o modificazioni elettrocardiografiche indicative di ischemia miocardica è, infatti, un fattore prognostico favorevole, sia per quanto riguarda complessivamente la sopravvivenza, sia per lo specifico argomento di cui stiamo parlando).
Un’ultima considerazione. Stando alle statistiche, i paesi europei più sicuri dal punto di vista stradale sono Gran Bretagna, Norvegia e Svezia; l'Italia si colloca a centro classifica; chiudono la lista Grecia (chiunque sia stato a bordo di un taxi in quel pur meraviglioso Paese ne conserva intatto il ricordo…) e Portogallo, buon ultimo.
Che siate cardiopatici o no, quindi, quest’estate scegliete bene la
vostra meta e… occhio agli incroci!

In sintesi, è oggi accettato che il “guidatore ordinario” cardiopatico si metta al volante:
- 4 settimane dopo un episodio di sindrome coronarica acuta (infarto o angina instabile) o dopo un intervento di bypass aortocoronarico;
- 1 settimana dopo una angioplastica coronarica programmata;
- possibilmente dopo un test ergometrico che escluda la presenza di ischemia miocardica inducibile secondo i criteri precedentemente riportati, in caso di ostruzioni coronariche note e non trattate;
- 1 settimana dopo l’impianto di un pace-maker o una procedura di ablazione transcatetere:
- 6 mesi dopo l’ultimo episodio di tachicardia (o fibrillazione) ventricolare che ha motivato l'impianto di un defibrillatore (ICD), se nel frattempo non si sono verificate recidive di aritmia e se l'eventuale intervento dell’ICD, cioè la scarica elettrica che
interrompe l’aritmia minacciosa, non ha determinato movimenti incontrollabili o sincope (sono invece richieste solo 4 settimane di attesa se si è trattato dell'impianto profilattico dell'ICD in un paziente che non ha ancora avuto aritmie gravi ma mostra un elevato profilo di rischio specifico;
- 6 mesi dopo l’ultimo episodio di aritmia ventricolare minacciosa non dovuta ad una causa reversibile oppure dopo l’intervento di un ICD che sia risultato invalidante;
- In generale non prima che sia stata identificata e corretta la causa di episodi sincopali;
- 6 settimane dopo un intervento cardiochirurgico di sostituzione o riparazione valvolare;
- 6 settimane dopo la dimissione nei pazienti sottoposti a trapianto cardiaco, se non sono presenti sintomi a riposo o indotti dallo "stress" della guida;
- non sono previste restrizioni, in linea di massima, per I casi di angina stabile, fibrillazione atriale permanente (purché il paziente sia efficacemente scoagulato), insufficienza cardiaca cronica controllata dalla terapia, cardiomiopatia ipertrofica asintomatica, fatta eccezione per il caso che l’attività generi eccessiva tensione emotiva;
- Non è consentita la guida ai portatori di disturbi maggiori della conduzione intracardiaca dell’impulso elettrico (blocchi atrioventricolari distali, alternanza di blocchi di branca sinistra e destra) ed ai portatori di "cuore artificiale".

Autore: Roberto Pirola