Ipertensione arteriosa essenziale e secondaria

L’ipertensione arteriosa è uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare.

 

È considerata un “killer silenzioso” perché spesso, decorrendo del tutto asintomatica anche per molti anni, non si fa individuare.


Ecco perché, specie dai 40 anni in su, è ben e farsi misurare la pressione dal proprio medico di medicina generale almeno una volta l’anno, e anche prima se coesiste un altro fattore di rischio
cardiovascolare.


I valori della pressione arteriosa si definiscono elevati se i valori di sistolica (la ‘massima’) superano i 140 mmHg, se quelli di diastolica (la ‘minima’) oltrepassano i 90 mmHg e se, evidentemente, entrambi superano le rispettive soglie. Si parla invece di valori border-line per una sistolica tra i 130 e i 140 e una diastolica tra gli 85 ed i 90 mmHg: non si può ancora parlare di ipertensione arteriosa, ma bisogna aumentare i controlli perché il rischio di raggiungerla è alto.


Per confermare la diagnosi di ipertensione arteriosa non basta una misurazione sola: ne occorrono due, in occasioni diverse, maggiori rispetto ai limiti citati. Inoltre la prima volta che viene valutata
la pressione arteriosa è bene misurarla a entrambi gli arti superiori (per escludere la presenza di pressione differenziale diversa tra i due) e anche da sdraiati e in piedi (orto e clinostatismo).


L’80% dei pazienti con ipertensione arteriosa presenta una cosiddetta forma essenziale di ipertensione arteriosa; nel 20% dei casi si tratta di una forma secondaria. Rientrano in queste forme tutti i casi in cui si trova una causa specifica all’elevazione dei valori pressori. In alcuni casi potrà essere necessario un intervento chirurgico o endovascolare, in altri, l’assunzione di farmaci specifici.


L’ipertensione essenziale è sempre una diagnosi di esclusione, ma non sempre vengono affrontati gli esami necessari per escludere un’ipertensione secondaria; poiché sono complessi e necessitano di tempi lunghi, vengono riservati a pazienti in condizioni particolari.

 

La forma principale di ipertensione secondaria è l’iperaldosteronismo determinato dal rilascio dell’ormone aldosterone (tipicamente da parte delle ghiandole surrenaliche presenti al di sopra del rene) che determina il riassorbimento renale di sodio (e da qui l’ipertensione) con un incremento dell’eliminazione di potassio che può infatti essere basso in questi pazienti.


Una forma più rara, ma sempre determinata dalle ghiandole surrenaliche, è il feocromocitoma che determina un rilascio importantedi catecolamine (uno degli ormoni dello stress). Altra causa ancora
è quella renale, sia per la compromissione della funzione di eliminazione  dell’acqua del rene (cause nefro-parenchimali), sia per l’ostruzione dei vasi che portano il sangue al rene (cause nefro-vascolari).

 

Queste forme di ipertensione sono nel complesso rare e necessitano di esami specifici che possono rivelarsi anche complessi.

 

Un’ulteriore complicanza diagnostica è data dal fatto che i farmaci anti-ipertensivi spesso alterano i risultati degli esami necessari: in alcuni casi, quindi, vanno sospesi. Per tutti questi motivi le forme
secondarie devono essere seguite in un centro dell’ipertensione appropriato.

06/04/2018